pigozzi-mio-figlioIl fatto: stavo leggendo una rivista quando all’improvviso mi sono imbattuta nel nuovo libro della psicanalista Laura Picozzi dal titolo  ‘Mio figlio mi adora – Figli in ostaggio e genitori modello’.  Appena mi è saltato all’occhio il neologismo ‘plusmaterno’ sono balzata sulla sedia!

L’azione: comprare subito il libro su Amazon e divorarlo in pochi giorni.

La conseguenza: una profonda e controversa riflessione sul tema della maternità che qui viene ‘picconata’ e affrontata più come fenomeno culturale e sociale che derivante da un legame biologico, di sangue.

Veniamo al punto.

Prima, però, faccio una premessa doverosa. Chi scrive ha tre figli. Ho fatto una precisa scelta di vita. Non sono di quelle mamme che si annientano per loro. Li amo, li adoro ma ho sempre cercato di tutelare la mia identità come donna, professionista, moglie e di non far soccombere questi ruoli nell’unico della ‘madre’.  Tuttavia leggendo le pagine della Pigozzi, che in qualche modo avvalla la mia predisposizione, spesso mi sono trovata in disaccordo con alcune sue affermazioni.

Nel suo libro sostiene che la maternità non deriva dall’istinto. Questo è proprio degli animali, mentre l’uomo è un essere civilizzato. Rappresenta la maternità come fatto culturale che fonda la sua stessa natura sulla costruzione della relazione tra due individui e quindi della loro storia, le cui tappe sono scandite dall’evoluzione della parola, dal dialogo.

Nulla da eccepire sul fatto che il legame che si crea tra genitori e figlio (estendo quindi anche alla figura del padre) sia qualcosa che vada coltivato. Non a caso un vecchio detto recita che ‘il figlio è di chi li cresce e non di chi lo fa’, ma non escludo a priori il concetto d’istinto. In fondo, anche se civilizzati, qualcosa di primordiale c’è ancora dentro di noi.

E non si tratta solo dell’impulso naturale che le donne, non tutte ovviamente, sentono a un certo punto della vita che le porta a sognare bambini, commuoversi quando ne vedono uno, desiderare di tenere in braccio il loro. Parlo anche dell’alchimia che c’è tra due persone che s’innamorano, ad esempio. Questi eventi nascono spontaneamente dalla nostra sfera emotiva e non si possono respingere quando si manifestano. Ben venga che sia così, perché introducono in una vita fin troppo programmata, come quella odierna, quel pizzico di follia, d’improvvisazione.

Personalmente ritengo che le due sfere siano integrate e complementari. Ragione e sentimento devono coesistere e costantemente calibrarsi affinché non si verifichino situazioni deviate come quelle che descrive Pigozzi.

Quando parla di plusmaterno l’autrice fa riferimento a casi familiari dove la madre è una presenza tossica, negativa poiché instaura un rapporto di dipendenza con il figlio, che viene così soffocato e dominato. Vi sono anche delle classificazioni nel definire questo fenomeno: abbiamo quindi la madre virago ovvero manipolatrice, invasiva, cattiva e la madre tappetino. Quest’ultima non meno pericolosa perché esercita il suo potere con la tenerezza, la dolcezza.

Tutte sono ‘soggetti pericolosi’. Non insegnano ai figli a prendere il volo, ma rafforzando il cliché tutto italiano della mamma chioccia. Mentre, sottolinea la Pigozzi, è importante per un figlio, a un certo punto, dare un taglio al cordone ombelicale e iniziare la loro vita. Questo può accadere a ogni età e con riferimento anche a episodi apparentemente banali – per esempio, andare a mangiare a casa di un amico – quando si verificano vanno assecondati.

Per evocare questa immagine, la Pigozzi, cita una frase di Hannah Arendt “Gli esseri umani sono fatti per incominciare” e spiega che incominciare è il contrario di ripetere. La ripetizione è una forma della dipendenza, l’incominciare è il suo taglio. Quando un figlio in età preadolescente o adolescente si separa dalla madre, dalla famiglia sta in fondo affermando la rinascita del sé, sostenuta da uno spirito di consapevolezza e curiosità per la vita, la sua.

In sostanza l’autrice allerta le donne del pericolo di alimentare, con la loro posizione di potere verso i figli, il fenomeno del mammismo poiché va a minare le conquiste fatte dal femminismo come ricoprire ruoli solitamente riservati agli uomini. Eppure, aggiungo io, la realtà che stiamo vivendo rappresenta un ossimoro, una contraddizione. Il contesto sociale, senza che le donne spingano l’acceleratore sul loro essere ‘madri’, sta avendo un’involuzione.

Quante volte ci siamo sentite dire che non potevamo fare carriera perché mamme? Quante volte si è dovuto fare delle rinunce perché mamme? Quante volte le donne sono state licenziate dopo aver partorito il primo figlio? Oggi, come 30 anni fa, la donna sta tornando a essere relegata a incarichi meno strategici. Chi è in cerca di lavoro sa che per le donne la maggior parte degli impieghi sono riferiti a commesse, cassiere, segretarie, assistenti e così via.

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laura-pigozziNon credo sia il mammismo a insidiare le conquiste fatte sul fronte professionale ma le abbiamo fatte davvero? Mi chiedo. Piuttosto c’è un’enfatizzazione del ruolo della madre – soprattutto sul web dove fioriscono a go go blog e community sul tema – quasi a rivendicare l’importanza e il valore di questa figura che non ha nulla di meno di una donna manager e che parimenti dà il suo fondamentale contributo alla crescita della società.

Non concordo quindi con Laura Pigozzi quando sostiene che la maternità non dia competenze. Non si tratta di competenze che acquisisci studiando sui banchi di scuola, le conquisti sul campo e fanno anch’esse curriculum perché aiutano a gestire in modo efficace anche alcune situazioni professionali.

Bella invece l’immagine della madre in maiuscolo e minuscolo. Io sono decisamente minuscola!

Volete scoprire quale sia la differenza? Leggete questo bel libro. Offre sicuramente un momento di crescita personale, prima di tutto come individuo.

puntog-header-completoGiovanna Vitacca

www.puntogeaccapo.com

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